Un Nobel tra noi
Tra le straordinarie realtà espresse dal Vittorio Veneto c’è anche quella di aver regalato alla scienza un Premio Nobel, seppure a stelle e strisce: è Riccardo Giacconi, nato a Genova nel 1931, ma vissuto da subito a Milano dove ha frequentato il nostro liceo, e infine definitivamente trasferitosi negli USA nel 1956. Qui, nel 2002, ha vinto il Premio Nobel per la fisica grazie a una lunga serie di scoperte nel campo dell'astronomia a raggi X.
Un nostro compagno, dunque, perdipiù figlio d’arte. Eh sì, perché sua madre, Elsa Canni Giacconi, “la Canni” per antonomasia, era coautrice di numerosi testi di geometria usati in tutte le scuole d'Italia all' epoca ed insegnava fisica e matematica proprio al Vittorio Veneto.
Nonostante questo lignaggio, o forse proprio per questo, Giacconi era, a suo stesso dire, uno scolaro molto difficile: non sopportava la disciplina e spesso bigiava, fin dalle elementari.
" Lei” dice Giacconi di sua madre “sosteneva che Dio avesse creato la geometria". E probabilmente al figlio passò l'amore per il ragionamento razionale teorico e pratico, che da tale materia deriva, come già insegnava Archimede.
Al Vittorio Veneto Giacconi "amava sottolineare gli errori dei suoi insegnanti di matematica" ma adorava anche arrampicarsi, sciare e fare autostop, modo con cui girò l'Europa in quel secondo dopoguerra.
A 16 anni conosce Mirella, la sua futura moglie "molto più brillante di me: lei ha portato quell'amore, calma e stabilità che mancavano nella mia vita".
Entrò all'università un anno prima, ma sopportava male le numerose lezioni. La sua fortuna fu l'incontro con Antonio Mura e Carlo Succi e poi con Giuseppe Occhialini, che lo introdussero alla ricerca sui raggi cosmici. Dover imparare a ricercare dati in letteratura
o a realizzare i laboratori necessari ai loro studi , gli permise di applicare la sua capacità in matematica analisi e fisica a concreti approcci di ricerca. "Almeno diventerai un buon idraulico" gli diceva Occhialini, vedendolo realizzare le sigillatissime camere a nebbia per studiare le interazioni dei protoni, sul modello di Fermi.
Nel 1956 Giacconi lascia definitivamente l'Italia per gli Stati Uniti. Da allora la sua carriera procede sempre nello spirito di Fermi: grande pensatore teorico e grande realizzatore sperimentale.
Bloomington, Princeton, MIT: sono gli anni dei progetti spaziali e Giacconi, a 28 anni, entra alla AS&E (American Science and Engeneering); ha una squadra di soli due tecnici: in due anni e mezzo dirigerà 70 persone, producendo ricerca per razzi, satelliti e telescopi a raggi X. Nel 1970 il suo gruppo conterà 500 persone!
Nel 1962, con Gursky, Paolini e Rossi, pubblica un articolo fondamentale per la nascita della astrofisica a raggi X. Nel 1966-69 realizza il primo satellite dedicato, che venne poi lanciato da Base San Marco, la piattaforma italiana, in Kenia.
Per celebrare la recente indipendenza del paese, il satellite si chiamò Uhuru, ovvero “libertà”. Fu uno straordinario successo e conseguì il record assoluto di citazioni su pubblicazioni scientifiche: Uhuru infatti può fare una ricognizione a tappeto della volta celeste, scopre ben 339 stelle che emettono raggi X, fra cui la celebre Cygnus X-1, considerata a tutt'oggi la più probabile candidata ad ospitare un buco nero.
La teoria dei buchi neri si avvantaggiò dagli studi di Ruffini sulle sorgenti di raggi X rilevate da Uhuru: astri collassati, divenuti appunto buchi neri, sarebbero i generatori dei raggi X nella galassia.
Giacconi passa ad Harvard e inizia a studiare le emissioni solari di raggi X, costruendo un nuovo telescopio orbitante: l'Einstein (1978).
Nel 1981 è alla John Hopkins, a dirigere per primo quello che diventerà il rinomato "Space Telescope Science Institute": l'intento di fornire dati, in tempo reale o quasi, a ricercatori di discipline astronomiche diverse, grazie ad un sistema di software, porterà alla creazione di Hubble.
La morte improvvisa del figlio Marco, nel 1991, lo porta ad accettare la guida del gruppo europeo ESO impegnato nella realizzazione del "Very Large Telescope", un sistema di quattro telescopi capaci di lavorare insieme ed ottenere una risoluzione ben maggiore di qualunque telescopio esistente. Nello stesso periodo è nominato Professore di Astronomia all'Università di Milano e partecipa poi con Carlo Rubbia al Comitato per la Ricerca Spaziale Italiana.
Dal 1999, tornato negli Stati Uniti, dirige il progetto ALMA (Atacama Large Millimeter Array), uno straordinario sistema di telescopi nel cuore del deserto dell’Atacama, nel nord del Cile,
Nel 2002 viene insignito del Premio Nobel per la fisica "per il contributo pionieristico all'astrofisica, che ha portato alla scoperta delle sorgenti cosmiche di radiazioni X".
E’ interessante rileggere le scoperte di Giacconi alla luce del suo pensiero: da “Si lavora duro perché non se ne può fare a meno!” a “Il pensiero irrazionale di ogni tipo è pericoloso; il progresso della scienza potrà dare razionalità al mondo” a “Se volete fare scienza fatela, ma mantenete una certa irriverenza verso le istituzioni!” emerge il ritratto
di uno scienziato dall’etica calvinista, libero da compromessi con la burocrazia e il potere. E sempre determinato a guardare avanti: "Stiamo guardando oggetti di cui non conosciamo la natura".
Chissà che qualche studente del Vittorio Veneto di oggi, magari non disciplinatissimo, ma che ama immaginare domande e lavorare duro per realizzare risposte , non raccolga il testimone e diventi il Giacconi del 2050…
venerdì 23 maggio 2008
Dr. Riccardo Giacconi
Chandra X-Ray Observatory
La più profonda immagine in X dell’universo (Chandra Deep Field South)
Il satellite Uhuru “Freedom”
Il “Very Large Telescope”
L’“Atacama Large Millimeter Array” così come sarà nel 2012